Introduce Laura Salvinelli

Sarà l'occasione per conoscere Sara Munari, un’artista prolifica e originalissima che da sempre si nutre di arte e fotografia.
Oceano India la sua prima pubblicazione verrà presentata all’interno della rassegna Obbiettivo Donna, sabato 6 marzo alle ore 18, da Laura Salvinelli, un’autrice che ha raccontato l’India con uno sguardo diametralmente opposto a quello di Sara Munari.
La presentazione è aperta al confronto e al dibattito di due linguaggi e stili diversi in cui l’oggetto è la mitizzata terra di Gandhi.
Le foto scattate da Sara Munari durante il viaggio in India sono un insieme di tracce, reperti visivi e fantasmi di una realtà dominata dall'eccesso. L’autrice si è lanciata nel caleidoscopio in movimento delle strade di Mumbai, Agra, Bhopal e Varanasi imprigionando nelle sue immagini porzioni di vita, sguardi, gesti e forme che rischiavano di svanire nel vortice dell'immediato e del transitorio.
La pubblicazione raccoglie fotografie cariche di ombra e movimento delle suggestioni appena accennate che rimandano ad acquarelli indefiniti. Il libro è arricchito dalle intense pagine di diario scritte dall’autrice durante il viaggio.
Le foto sono state poi raccolte in un portfolio premiato con un prestigioso riconoscimento dall'Archivio Fotografico Italiano (AFI).


Testo di Diego Mormorio, fotografo e scrittore


Da più di trent’anni l’India mi sta accanto, o meglio, io sto accanto a essa come a una dolce assenza. Come a una donna che lascia nella mente, incancellabile, il suo sguardo e poi si perde nella folla.
Il nostro incontro avvenne, apparentemente casuale, in un negozio di vecchi libri di Palermo, dove, in un disordine quasi inimmaginabile, il mio sguardo cadde sulla Storia della filosofia indiana di Giuseppe Tucci.
Cominciò così, con quel libro, il mio cammino verso Oriente – o, più precisamente, il mio restare in Occidente guardando verso Est. Consunto com’era, per diverse settimane lo portai in tasca senza la preoccupazione di sgualcirlo. Per tutta un’estate – non ricordo esattamente più quale – la sua lettura fu per me tanto incantevole da non poterla separare dal piacere quotidiano della granita di limone accompagnata con la broscia, che consumavo seduto al tavolino di un bar che non c’è più, in una piazzetta di Marsala che spero per tanto tempo ancora ci sarà: Piazza dittatura garibaldina.
Il sapore della granita di vero limone e della broscia per la quale non erano state risparmiate le uova si mescolava, dolcemente, alla prosa del libro di Tucci. L’Oriente mi si scioglieva in bocca col profumo dei limoneti.
Dopo Tucci, vennero come in una processione i libri di René Guenon, Ananda Coomaraswamy, il Mahāyāna, Nāgārjuna... Ma mai per un attimo il desiderio di vedere l’India. Non tanto perché somiglio agli animali che non si allontano mai troppo dalla propria tana, quanto perché sapevo – e penso ancora di saperlo – che un simile viaggio non mi avrebbe portato un centimetro più in là dell’India che avevo dentro. Sapevo pure che se fossi arrivato lì, i treni e i pullman stracarichi, come il baccano e tante altre scomodità non avrebbero tolto nulla a quello cui Giusepe Tucci mi aveva iniziato. Perché andare, dunque?
Ho creduto, e ancora credo, che la mia India sia ora qui – nel mio cuore e nella mia mente, giunta a me, limpidissima, con gli insegnamenti di innumerevoli maestri. Non ci sono andato, né in questa esistenza ci andrò, perché altre volte certamente vi ho abitato e, sicuramente, in altre esistenze vi abiterò.
Per scherzo, qualche volta dico di non essere andato in India perché ho conosciuto troppe persone che sono andate a vederla senza aver mai veduto i fiori che tengono sui davanzali delle loro finestre. Persone che – non sentendosi giustamente obbligati a conoscere il Buddismo e l’Induismo – sono tornate coi loro racconti entusiastici che dicono di magnifici colori, di allegria, spontaneità, povertà, magnificenza. Il tutto suffragato dalla prova della fotografia. Insomma, ho conosciuto troppa gente che ha la certezza di aver visto l’India per il fatto di averla fotografata.
Più di una volta ho chiesto loro: ma è poi veramente l’India quella che avete fotografato?
In realtà, ognuno fotografa quello che ha dentro. Così molti tornano dai loro viaggi con immagini simili a quelle che hanno visto nei depliant pubblicitari delle agenzie turistiche.
L’India è una vastità quasi indicibile. Mentre dicevo questo, un conoscente mi fece: “Ma che ne sai tu dell’India che non ci sei mai andato?”. Senza dirglielo, mi chiesi: “Bisogna essere stati in Grecia per entrare nel ragionamento di Parmenide o nello spirito dei riti orfici?”.
No, non ci sono stato in India. Ma so capire – e non temo di essere considerato presuntuoso – quando qualcuno c’è veramente stato. Ora so, per esempio, che Sara Munari c’è stata, perché c’è stata prima di arrivarci.
Sara è di quelli – pochi – che ogni volta che parte per un viaggio fotografico è già stata lì: con la mente e col cuore fra la gente e le cose che si accinge a raggiungere.

Diego Mormorio

P.S.
Lo stesso peso e la stessa misura non sono uguali per tutti.
“Che portate?” disse Omero a dei pescatori che stavano tornando a casa. “Quello che portiamo non lo abbiamo preso e quello che non abbiamo preso lo portiamo” risposero i pescatori che tornavano senza aver pescato nulla.
Omero cercò di risolvere l’enigma e, non riuscendoci, morì di vergogna. Così non seppe mai che i pescatori – forse come lui e moltissimi altri Greci – avevano addosso dei pidocchi, perché non erano riusciti a ucciderli e a gettarli in mare.
Se Omero non fosse stato un sapiente non avrebbe provato alcuna vergogna di fronte alla sua incapacità di risolvere l’enigma. Allo stesso modo se lo fosse stato di più.
“E che c’entrano i pidocchi con l’India?”
C’entrano con tutto il mondo. E c’entrano con la saggezza. Dunque, soprattutto con l’India.